Il coaching aziendale: il coach nel mondo corporate

Coaching aziendale: la figura del corporate coach

Si intravede un alone virtuoso nelle aziende che beneficiano del coaching aziendale. Si “intravede” proprio perché quando le cose vanno bene, nessuno si interroga troppo a riguardo. Quando invece le cose vanno male, viene immediatamente notato e si corre ai ripari, ricercando quella figura, ovvero il Corporate Coach, in grado di sanare le difficoltà. Il problema è che – molto spesso – è già troppo tardi. 

Cosa significa coaching, e a cosa servono i coach in azienda? In questo articolo risponderemo proprio a queste domande, facendo luce sui benefici del corporate coaching, e su come queste figure agiscano sulla creatività, sul talento e sull’organizzazione stessa dell’impresa.

Il corporate coach

Non molti anni fa, la figurata del corporate coach interessava solo i raparti più alti degli organigrammi aziendali; non era frequente, ma neppure raro, trovare quadri direttivi e dirigenti impegnati nelle loro sessioni di coaching, che abitualmente avvenivano molto presto la mattina, o in tarda serata.

Il coaching di quel genere era sostanzialmente strutturato in sessioni one-to-one, dove si scandagliavano gli obiettivi da raggiungere, e il coach forniva advice su come concretizzarli e migliorare i risultati; una sorta di utile “allenamento individuale”, ma lontano dal concetto contemporaneo di corporate coaching. 

Ma cos’è il corporate coaching? Il concetto, modernamente inteso, indica una figura che allena, all’interno dell’azienda, l’individuo, il contesto e la relazione tra di essi. Qualsiasi individuo inserito in un contesto d’impresa può beneficiarne, non c’è un individuo d’elezione in relazione alla seniority o al ruolo.
Una volta inserito in azienda, il corporate coach è al servizio del talento: un talento che va coltivato, sostenuto e indirizzo; questo può avvenire solo se la presenza di questa figura è costante e continuativa, e se è ben integrata all’interno dell’impresa.

Il contesto e il capitale umano

Come un allenatore di calcio non deve essere solo un abile calciatore, ma anche un promotore dello spirito di squadra e del rispetto degli avversari, così un coach nel mondo corporate deve essere un esperto del capitale umano, del contesto in cui si muove, e della relazione tra i due.

Il fil rouge tra i tre elementi inerenti al corporate coach che abbiamo menzionato è il potenziale, o meglio, le specifiche potenzialità che definiscono ogni essere umano. Ogni persona ne è dotata, deve solo essere in grado di esprimerle.

Comprendere ed esprimere le proprie potenzialità, rendendole talenti, competenze, e specificità per cui gli altri riconoscano il nostro valore non è semplice; se comprese, regalano soddisfazione e desiderio di eccellere, contribuendo alla crescita personale e professionale. Se trascurate, si trasformano in malessere e frustrazione.

Dall’allenamento delle potenzialità, scaturiscono due degli elementi più richiesti dal mercato del lavoro attuale: talento e creatività. Quando parliamo di creatività, non ci riferiamo solo agli artisti: la creatività governa gli ambiti più svariati, funziona dove serve pensare con originalità, essere sensibili al cambiamento e ai problemi.

Leader del cambiamento

In un contesto di crisi sanitaria, si sente parlare sempre più frequentemente dell’esigenza di cambiare, ricostruire e riprogettare. Ma negli universi aziendali, come può essere declinato questo cambiamento? Rivoluzionando la relazione tra la persona e l’azienda, potenziando i punti di forza: qui entra in gioco la figura del coach.

L’azienda non è un perimetro delimitato da mura, né la scrivania dove il dipendente trascorre le sue quotidiane 8 ore. L’azienda è la cultura da cui è ispirata, intesa come fattore di un sistema: un sistema che – se progettato nel modo giusto – include la performance dei dipendenti e l’esercizio della leadership manageriale.

La figura del coach porta a una cultura d’azienda più felice. Ma questo può accadere solo se la persona a cui si consegnano – in modo figurato, ma neanche troppo – le chiavi della propria azienda, ha esperienza, conoscenza e passione. Leader del cambiamento, ma un leader improntato alla relazione, e a una visione sana e positiva della vita aziendale.

Uno sguardo al futuro

Guardando al futuro, ciò che appare necessario è fornire a chi ricopre posizioni di elevata responsabilità gli strumenti per esercitare la leadership in modo sostenibile; i modelli di leadership sono vari, ma spesso sottintendono relazioni basate sul controllo e la pretesa.

Leadership non è sinonimo di tirannia. Un vero leader organizza, gratifica, conosce le potenzialità del suo team e desidera svilupparle; proprio per questo motivo, è in grado di formare nuovi leader, intraprendo con loro un percorso formativo. Per ottenere questo, esiste la figura del leader coach.

Queste considerazioni sono scaturite dall’incontro con Roberta Gandini, Corporate & HR Coach e Change Leader. A parlare, è la sua ventennale esperienza nella direzione delle risorse umane, e la sua scelta di alta formazione per l’allenamento della cultura aziendale.

Il metodo che ha scelto è il Coaching Umanistico, improntato alla felicità individuale, relazionale e sociale, basato sul potenziale umano e sull’unicità dell’individuo, in relazione al contesto di appartenenza.

Allena l’individuo, l’azienda e la leadership manageriale: i risultati sono contesti più felici, e aziende che non temono di separarsi dai talenti che le hanno rese tali.

Questo incontro nasce proprio dal desiderio di confrontarsi sul talento e sulla sua valorizzazione: Roberta lo allena come corporate coach, Jobtech ponendo la tecnologia al suo servizio.

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